DIURNA FRIULANA 2017

Viviamo ormai da tempo nell’era 2.0, dove il digitale, la connettività, il web, i social impregnano, che piaccia o no, tutti gli aspetti del vivere quotidiano. Anche le gite motociclistiche si sono adeguate, appartengono al passato le serate feriali alla sede del moto club, spesso un bar o un circolo ricreativo, dove, tra 4 pensionati che giocavano a briscola e 4 adolescenti a biliardino, si pianificava l’uscita motociclistica del week end cercando compagni, studiando percorsi con mappe e stradari. Adesso passa tutto sulla rete; appaiono siti, forum, gruppi, mailing list, qualcuno ha fortuna, altri meno, ma da tutti nascono ritrovi, girate, incontri.
Uno dei tanti gruppi di cui faccio parte è gli “Amici del bicilindrico tassellato”, nomen omen, guidato dal carismatico Giampiduc, appassionato di Cagiva Elefant, pilota di lungo corso che quanto a moto, fuoristrada, enduro, la sa lunga; lui ed i suoi amici si dilettano a organizzare uscite notturne e diurne in quella loro meravigliosa terra che si chiama Friuli, ospitando amici vicini e lontani, condividendo in pari grado i piaceri della guida e della tavola friulana. Per cause personali contingenti mi ero già perso la partecipazione a diverse loro uscite, ma alla cosiddetta Diurna Friulana 2017 non potevo mancare, il programma si annunciava assai succulento: 2 giorni interi di guida sugli sterrati friulani, partenza da Pordenone, pernottamento sul monte Nanos in Slovenia e ritorno, per oltre 500 km; oltretutto a novembre, quando il freddo, l’umido, il ghiaccio rendono ogni uscita ancor più avventurosa.
E così una pungente alba di fine novembre mi vede presso un hotel della periferia di Pordenone, dove amici vecchi e nuovi si stanno preparando per questa avventurosa 2 giorni. Non siamo in tantissimi, per ovvi motivi di gestione del giro, di impatto e rispettoso per i luoghi in cui si transiterà e per questo siamo divisi in squadre da 5 piloti, per un totale di circa 35 partecipanti. Il parco moto è fedele specchio del mondo adventouring il turismo avventuroso che va di moda da un po’ di anni: modelli dagli anni 1980 al 2017, bicilindriche e monocilindriche, originali o stravolte nella estetica e meccanica, tutte accomunate dall’aspetto vissuto, impreziosite da accessori per la navigazione, la guida notturna, il carico di bagagli più o meno voluminosi. I piloti provengono da tutto il Triveneto ma non solo, ci sono lombardi, piemontesi, chi addirittura dalla Svizzera! Mi piace sempre ritrovarmi in questo giro di appassionati, in fondo è una piccola comunità in cui ci si conosce tutti o chi non si conosce poi in realtà è amico di un tuo amico e non lo sapevi; rivedo volti noti, quelli di Enduro Stradali, con l’inossidabile Biga, compagno di tante cavalcate dei Forti, quelli di Enduro Polesano, fra cui Nicoletta, unica partecipante donna, gli Elefanti Italiani, con l’italo-svizzero Mr Bombastic, l’amico Andrea da Padova, transnazionale a tutti i gruppi e sempre con una motocicletta diversa. Il sottoscritto invece è alla guida della solita, vecchia, gloriosa Elefant 750; incredibilmente in squadra con me c’è un’altra Elefant, del noto MarkoG che finalmente conosco; poi c’è la mia vecchia conoscenza MarcoB ed il suo amico Franco, due diversamente giovani a cui piace vincere facile, in sella rispettivamente alle leggere KTM 690 e Honda XR400. Ma mai sfacciati quanto il quinto membro del gruppo, Racing Ivo, in sella ad un KTM 350! Ci diamo anche un nome, saremo la Squadra XXX. Giampi tiene il briefing di rito, fa tutte le raccomandazioni del caso, poi finalmente è ora di infilare il casco in testa e accendere i motori. Dimenticavo, ovviamente il giro non è frecciato o segnato in alcun modo, non ci sono guide alla testa dei gruppi, si naviga autonomamente con la traccia GPS. Nel nostro gruppo è Marko a guidare, io faccio la scopa in coda e gli altri in mezzo. Primo sterrato nella campagna, 100 metri e c’è un bivio; Marko va nella direzione sbagliata, scoprirà poi di avere un settaggio sbagliato nel GPS. Noi ci fermiamo ad aspettare che torni indietro, quando un’auto strombazzante si ferma; l’esagitato alla guida ci urla contro di non andare nel fiume, di non attraversare i campi, ripetendolo cento volte … e chi ci pensa ad andare in quel fangone! Quanto al greto del Meduna, il Giampi ci ha vietato categoricamente di entrare in qualsiasi alveo: hanno tracciato 500 km di sterrate aperte al transito, perché mai dovremmo complicarci la vita? Ma l’esagitato non ci dà tregua, mi insulta, invitandomi a tornare nella provincia che riporto sulla targa. Finalmente il Marko ritorna e si procede oltre, lungo una veloce sterrata che alterna tratti compatti a chilometriche pozzanghere fangose. Il 690 pare non digerire bene simile fondo, MarcoB sembra un cowboy al rodeo ma infine è il toro, pardon la moto, ad avere la meglio, disarcionandolo. Per fortuna paga pegno solamente con uno specchietto tranciato. Si avanza spediti, ammirando di tanto in tanto le vaste plaghe sassose dei magredi: un deserto in miniatura piantato in mezzo al Nord Est, purtroppo oramai praticamente interdetto agli amanti del fuoristrada, causa istituzione aree di tutela dalle sigle improbabili, SIC, SIM, SIP … ma sempre accessibile per le esercitazioni dei mezzi corazzati dell’esercito! Questa è l’Italia, bellezza! Passiamo a fianco di depositi militari, canali d’irrigazione, vigneti e campi, fino a raggiungere un altro luogo di culto dei fuoristradisti locali, l’immenso alveo del Tagliamento. In realtà la traccia GPS passerebbe sul ponte, ma un “errore” di rotta del pilota ci fa entrare nel greto; imprudentemente andiamo avanti, cercando di raggiungere la riva opposta, guadando i numerosi canali in cui è diviso il corso d’acqua, saltando da un’isola di ciottoli all’altra. Il primo ad avere difficoltà è il 690, che si ammutolisce di fronte ad un canale; MarcoB riesce a farla ripartire e a guadare. Poi è il turno del sottoscritto: cercando il punto migliore per affrontare un canale molto largo, attraverso un insignificante canaletto secondario, largo due paia di metri per pochi decimetri di profondità; mai sottovalutare il Tagliamento! Non appena la ruota posteriore è al centro del canale ne scava il fondo come una trivella, sparendo quasi interamente nella ghiaia: panico, sono inesorabilmente bloccato. Spingere non ha senso, la Cagiva non si muove di un millimetro, se accelero sprofonda ancora di più, e intanto faccio un pediluvio con l’acqua gelida del fiume. Per fortuna arriva Marko ad aiutarmi, immergendosi stoicamente nei flutti con me; mi suggerisce una tecnica da insabbiamento africano: corico la moto su un fianco, mentre lui riempie il buco con altra ghiaia, poi, tenendola sempre piegata, la spingiamo in 3 fuori dalla buca. Sono salvo! Da sottolineare il prezioso apporto di Ivo, o meglio del suo leggerissimo e performante KTM, sequestratogli da Marko ad uso mezzo di salvataggio ed avanguardia nei guadi più impegnativi. Nel mentre che succedeva tutto questo, il boss passava sul ponte e non poteva non notarci: tuoni e fulmini! Cercava di contattarci, urlava, si sbracciava per farci andare via da lì … personalmente manco me ne accorgevo, quando hai una bicilindrica affondata nel Tagliamento cosa vuoi che ti importi di un Giampi che si incazza? Ma il cazziatone era solo rimandato, infatti ci aspettava in paese per tirarci le orecchie come scolaretti indisciplinati.
Dopo un’ora persa così, riprendiamo la risalita del Tagliamento, ma la mia Cagiva non è uscita indenne dalla abluzione fluviale: il motore Ducati tossicchia, perde colpi, ogni tanto va ad un cilindro solo. Ma Gianfranco Castiglioni, dal paradiso dei motociclisti, protegge sicuramente i piloti delle sue moto e non solo il Cagiva non si fermerà, ma in capo a mezz’oretta ritornerà a funzionare perfettamente! A Ragogna abbandoniamo il grande fiume, volgendo i nostri vascelli verso il levante. Attraversiamo le campagne udinesi su stradine secondarie e sterrate, lungo canali e torrenti, fra fattorie e boschetti, godendo del tepore del sole a mezzodì; e la pausa pranzo? Continuiamo a rimandarla, per recuperare il tempo perso, e finiremo per non farla, fermandoci solo per il rifornimento. Dalla zona del Collio entriamo in Slovenia, percorrendo affascinanti sterrate in vallate che sembrano non finire mai, senza anima viva per km, solo ogni tanto minuscoli villaggi raggomitolati su se stessi come gatti, ad attendere il lungo e freddo inverno incipiente. Scendiamo nella valle dell’Isonzo, già immersa nell’ombra del tramonto, poi saliamo sull’altipiano della Bainsizza, attraversando minuscoli villaggi dove i bambini ci salutano festosi e increduli nel veder passare delle moto in questa stagione: nulla lascia trapelare le atroci battaglie che 100 anni fa ebbero luogo in queste balze fra il Regio Esercito Italiano e l’Imperiale Esercito Austroungarico. Marko e io abbiamo un problema, il congelamento imminente delle nostre estremità inferiori, zuppe da 200 km; disperati, cerchiamo un qualsiasi negozio dove acquistare indumenti asciutti, e lo troviamo nel centro storico della città: una distinta commessa di una merceria di classe si vede entrare 2 individui vestiti in modo assurdo, sporchi, bagnati, puzzolenti, e chiedere calzini. Ci sono solo di lana d’angora, l’eleganza prima di tutto, li indossiamo direttamente nei camerini; anche l’enduro sa essere glamour, a volte. A Miren-Kostanjevica rientriamo in Slovenia; ci aspettano le sassose tagliafuoco del Carso, alle pendici dei monti Stol e Trstelj; in linea d’aria sono pochi i km che ci separano dalle umide foreste attorno all’Isonzo e sugli altipiani precedentemente percorse, ma la differenza è netta: il temperato influsso del mare e la potenza della Bora creano un ambiente di bassa boscaglia o al più pini marittimi; niente fango ma tanti sassi che mettono a dura prova le sospensioni e fanno temere per le camere d’aria: questa estate, alla Hardita-road, eravamo passati proprio in queste zone, era stata strage di pneumatici!
Il sole è tramontato, finisce il nostro fuoristrada nel Carso e pieghiamo verso l’interno della Slovenia, verso il monte Nanos, dove pernotteremo al rifugio Abram, a circa 1.000 m s.l.m. . La salita ci dona le ultime emozioni di questa lunga giornata: dapprima uno sterrato di ghiaia fine dove le moto spazzolano a non finire, che sarebbe una goduria infinita, se non fossimo sfatti dai 300 km già percorsi e dal freddo che intorpidisce i muscoli e ci fa guidare legnosi come spaventapasseri; poi arriva l’asfalto, a bordo strada c’è la neve, il bitume è cosparso di ghiaino e brilla alla luce dei fari, non si riesce a capire se è sale oppure ghiaccio, in più la via serpeggia incoerente in un bosco nero petrolio, quando meno te lo aspetti devi curvare e piegare di scatto la motocicletta chiedendoti se scivolerai ora o alla prossima svolta… ogni metro è un faticoso passo avanti, finalmente appaiono le luci di Abram, tepore, caldo, cibo, comodità!
300 km aveva promesso il Giampi e 300 km sono stati; la squadra XXX li ha fatti tutti, recuperando il ritardo accumulato, e non siamo nemmeno gli ultimi.
Ci vengono assegnate le camere e, ancora privi dei bagagli trasportati dal pick up del Giampi, in ritardo, ci buttiamo sui letti vestiti da enduro.
La serata scorre piacevolissima alla tavolata degli Amici del Bicilindrico Tassellato: semplici, saporite e abbondanti pietanze slovene rifocillano gli stanchi piloti, e caraffe di malvasia d’Istria e bottiglie della birra del caprone ne dissetano la gola; molti di quelli che al mattino nemmeno si conoscevano ora discutono animatamente come vecchi amici, si raccontano le imprese della giornata, si ascoltano le avventure degli altri gruppi, si parla ovviamente di moto, di percorsi di viaggi … e di gnocca! Ogni tanto la voce del capo tuona su tutta la compagnia, le risate corrono lungo la tavolata come onde sul mare. Il mattino ci accoglie con una “piacevole” gelata, il piazzale di Abram pare una pista di pattinaggio. Il freddo ha messo KO diverse batterie, tra cui la mia (!) ma Giampi, che aveva previsto simili problemi, estrae dal cappello un avviatore grande come una scatola di sigari e il motore Ducati torna a barrire. Si riformano i gruppi, Giampi ci dà il via scaglionati, si torna a casa. Il ritorno a Pordenone è più breve, 200 km circa, ripetendo alcuni degli sterrati del sabato, saltandone altri a favore dell’asfalto. Come in tutte queste situazioni, il secondo giorno è solitamente più easy: qualcuno taglia, qualcuno va diretto a casa perché è più comodo… qualcuno buca e si prende indietro; l’ultimo gruppo di irriducibili festaioli si concede un veloce, si fa per dire, pranzo all’agriturismo degli Animali, nome di ottimo auspicio per degli enduristi!
È l’epilogo di questa intensa trasferta ad est: grazie di cuore al Giampi e al suo gruppo di averci fatto apprezzare ancora di più questo meraviglioso Friuli e la sua non meno bella vicina Slovenia.

Alves Fraschetti
Foto di Silvano Nascig

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